Il primo cantiere moderno

UN CANTIERE ATTIVO PER 16 ANNI, UN PROGETTO ARCHITETTONICO ENTRATO NELLA STORIA, UN ARCHITETTO VISIONARIO E GENIALE, UNA DIREZIONE LAVORI IN SICUREZZA: FILIPPO BRUNELLESCHI

Architetto, ideatore di straordinarie macchine e attrezzi da cantiere, costruttore di sicurezza nei luoghi di lavoro, anticipatore di mense aziendali, promotore dei diritti dei lavoratori, questo e tanto altro fu Filippo Brunelleschi durante la costruzione di una delle opere più magnificenti di tutto il Rinascimento: la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze.

Siamo nel 1420 e Brunelleschi diede vita al primo cantiere moderno. Qui si trovò a dover gestire un cantiere ad alto rischio infortuni, considerando che il cantiere si sarebbe sviluppato partendo da un’altezza di 55 metri dal suolo.

Dall’agosto 1420 all’agosto del 1436, diresse il cantiere con una nuova metodologia, passando da una gestione con capimastri che si coordinavano tra loro, a una direzione dei lavori unica, accentrando su di sé la direzione del cantiere e l’organizzazione totale della costruzione (l’attuale coordinatore per la progettazione e l’esecuzione dei lavori previsto dalla norma D.Lgs. n. 81/2008).

Pose una grande attenzione alla sicurezza dei lavoratori, utilizzando materiali di qualità e verificati, innovando le attrezzature e le macchine di cantiere, lasciando la costruzione in sicurezza anche per le manutenzioni successive, grazie alle buche pontaie.

Era stato previsto, per esempio, anche l’inserimento nelle pareti della Cupola di numerosi anelli di ferro per sostenere le impalcature sulle quali avrebbero lavorato gli autori degli affreschi. 

Brunelleschi aveva preso provvedimenti modernissimi: le grandi impalcature sospese avevano un parapetto che impediva cadute e difendeva la vista dalla vertigine per i grandi vuoti. E, poiché era pericolosa la salita e discesa dalle impalcature, furono pensati degli appositi spazi in quota dove cibo e bevande venivano portati e consumati. Sappiamo anche che agli operai infortunati venivano pagati i giorni di malattia, gli indennizzi, le cure (un operaio rimasto ferito sul cantiere fu mandato a curarsi ai bagni termali). Infine, non tutti gli operai erano obbligati a lavorare in alto, e chi lo sceglieva riceveva una paga aumentata in proporzione al pericolo cui si esponeva.

 

Nei 16 anni del cantiere si ha notizia solo di otto feriti gravi e di una morte. Nel 1422 tale Nencio di Chello morì cadendo dalle mura del tamburo, mentre altri suoi compagni riportarono lesioni o per cadute di materiali o nel movimentare le macchine da costruzione.

La storia ci insegna che il genio del Brunelleschi non fu tale solo per le idee ingegneristiche e che i mattoni della più grande volta in muratura mai costruita nel mondo sono cementati anche con i valori della cultura della sicurezza moderna.

Lo sapevi?

Alcune misure di sicurezza adottate

  • ll ponteggio era realizzato con travi infilate nel muro all’interno e all’esterno della costruzione
  • Il parapetto all’interno della volta era una piattaforma ben più grande dei ponti, che serviva sia come rete di salvataggio sia come transenna per impedire ai muratori di guardare in basso
  • I muratori che lavoravano sulle pareti in alto furono dotati di imbracature di sicurezza
  • Formazione per gli operai sull’uso delle macchine in sicurezza
  • Inserimento di un sistema di illuminazione delle scale e dei passaggi
  • Divieto agli operai di scendere più di una volta al giorno dalla cupola
  • Divieto di trasportare attrezzi, pasti e ancora peggio uomini nei carretti del montacarichi
  • Divieto di catturare i piccioni che nidificavano sulla Cupola

Prima mensa

Gli operai che lavoravano sulla cupola erano 300 più quelli a terra necessari per l’approvvigionamento di tutto il materiale: falegnami, bottai, fabbri, scalpellini, fornacini; senza contare l’andirivieni di carri, tutti trainati da animali, quindi carrettieri, scaricatori etc. Tutti questi lavoratori dovevano nutrirsi, e nutrirsi bene, perché il lavoro era duro e stancante, soprattutto nelle buone stagioni in cui si lavorava dall’alba al tramonto, quindi anche 14 ore.

Così, bevande e cibo, preparate a terra, venivano inviate sulle impalcature per evitare di perdere tempo nella discesa e nella nuova risalita. Il mangiare era uguale per tutti, come in una mensa: zuppe di pane e verdure per dare le energie necessarie. E naturalmente, anche il peposo, la cui origine si fa risalire proprio in quest’occasione.

Molti operai provenienti dall’Impruneta sfruttavano i forni, utilizzati per la cottura dei mattoni, per cuocere anche i loro pasti quotidiani, tra cui il celebre Peposo, un piatto a base di carne cotta in abbondante vino rosso e pepe in grani.

No alcol sul lavoro

Il vino servito ai lavoratori era diluito con un terzo d’acqua, una proporzione in genere riservata alle donne gravide. Nel cantiere del Brunelleschi chiunque violasse quest’ultima regola era soggetto a una multa di 10 lire, o all’equivalente di undici giorni di lavoro.

Leggi anche “La rivoluzione della realtà virtuale: la sicurezza sul lavoro nell’era futuristica”

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Dott.ssa Alessandra Indino

Area Comunicazione & Marketing

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